E’ un momento difficile…

E mentre sabato mio padre rientrava a casa, io accompagnavo un amico nel suo ultimo viaggio.
Carlo era un ragazzo genuino, di quelli di una volta. Dico era perché è morto il 18 febbraio scorso. Aveva 35 anni e come tutti i ragazzi amava la vita. L’avevo conosciuto andando a ballare, frequentando gli stessi ambienti, le stesse persone. Anche lui, come me, era un cialtrone salsero: amava la musica cubana, la salsa e tutto ciò che girava intorno a quel mondo. Aveva un carattere riservato e sensibile ma anche scanzonato e acuto nelle sue riflessioni ad alta voce. Mi aveva colpito subito per quello strano pallore che aveva sempre in volto e per quel non stare troppo bene che alternava a momenti di grande vitalità ed energia. All’inizio pensavo fossero problemi di alimentazione e abbiamo iniziato a parlare scambiandoci pareri su esami fatti o da fare. Poi ho capito che doveva esserci dell’altro… Ma rispettavo il suo riserbo, in attesa di un cenno. Non amo invadere gli spazi altrui, però se serve… ci sono.

All’improvviso, lo scorso ottobre l’ho visto male e ho inziato a pensare al peggio. Anni fa persi un amico per una leucemia fulminante e vedere Carlo così smagrito e pallido mi ha fatto venire in mente brutti ricordi. Poi, più niente, sparito, fino a quella frase detta da un comune amico, il 31 dicembre, al momento del brindisi di fine anno: "un pensiero al nostro amico Carlo…", seguito da un applauso di tutti i presenti. Carlo, Carlo, il pensiero mi tormentava ma nessuno diceva nulla, non arrivavano notizie. Fino a quella sera in cui aprendo il suo profilo su Facebook ho notato qualcosa di strano. Non so dirvi cosa ma era una sensazione forte, tanto forte da farmi prendere in mano il telefono e chiamare una comune amica. In pochi minuti ho saputo la verità: Carlo aveva un tumore e nessuna speranza di sopravvivere. Glielo aveva detto pochi giorni prima direttamente il primario dell’ospedale dov’era ricoverato. Il mio cuore si è fermato.

Perché? La prima domanda affiorata alla ragione. Dio, dimmi perché? E’ giovane, ha ancora tante cose da fare… Perché? Eppoi, il sopravvento: come starei io se fossi al suo posto? Come reagirei? Le risposte mi rimbombavano in testa. Stupore, incredulità, rabbia, paura. Una marea di emozioni contrastanti sono affiorate insieme all’istinto di andare da lui. Subito. Mentre guidavo in direzione dell’ospedale pensavo a cosa avrei potuto dirgli. Cosa si può dire a un ragazzo che muore? Parole banali, probabilmente inutili. Così ho iniziato a pregare, chiedendo la forza per sostenerlo, le parole giuste per aiutarlo. O Dio aiutami, usami tu perché io non sono nulla…

Ero preparata a quello che avrei trovato ma quando sono entrata in quella stanza, varcata la soglia, è scesa dentro me una calma innaturale. Gli ho detto semplicemente:
«Sorpreso che sono venuta a trovarti?»
Lui ha spalancato gli occhi azzurri, grandi nel volto scavato: «No, mi avevano detto che saresti venuta.»
Mi sono seduta accanto al letto, gli ho preso la mano in silenzio, in attesa. E lui ha iniziato a parlare a fatica, raccontando tutto dall’inizio. Di quando gli avevano diagnosticato il tumore, di come avesse paura a raccontarlo agli amici perché temeva la loro reazione. Ecco perché non me l’aveva detto, ma non c’era nulla di che giustificarsi. Di come aveva affrontato la prima operazione, poi la chemio, di come i medici gli avessero detto che era guarito, non c’era più nulla da temere, e invece, eccolo qui ancora a combattere.
«E’ un melanoma, sai?» Mi ha detto con forza. Ho annuito muta. Non volevo dire nulla, non volevo fermare quel fiume in piena, quel ragazzo che soffriva e aveva bisogno di condividere il suo dolore. Sentivo la rabbia, la disperazione, anche se le parole erano morbide.
«Sai cos’ho imparato stando qui, in questa stanza? Che la vita è bella e preziosa. E non voglio smettere di lottare. Anche se mi hanno detto che non c’è speranza.»
«Chi te l’ha detto?»
«Il primario. Mi ha detto che non c’è più niente da fare… ma io non smetto di combattere.»
«E fai bene. Nessuno può sapere di preciso… anche i medici spesso sbagliano. E la speranza non te la può togliere nessuno.»
«E’ vero… Sai, non importa se uscendo da qui non sarà più come prima… se non potrò più ballare, fare le cose che facevo, pazienza. E così bella la vita lo stesso! In semplicità, senza grandi cose: una pizza con gli amici, quattro chiacchiere in compagnia. Niente di più.»
Sì, è vero. E’ così bella la vita…. pensavo, mentre le sue parole cambiavano tono, facevano progetti, ricordando le serate trascorse insieme, la musica, gli amici. Tante parole dette in quelle poche ore, ma ognuna scolpita a fuoco nel mio cuore.

Poi è venuto il momento del congedo. Avevo per lui un dono speciale ma non sapevo se l’avrebbe gradito. Così, con semplicità, guardando i pupazzi sparsi per la stanza che gli amici gli avevano portato ho detto con un filo di voce: «Ho qualcosa per te. E’ un dono speciale. Non ti conosco così bene da sapere se credi in qualcosa o in qualcuno… ma io ci provo lo stesso. Stamattina aprendo un cassetto prima di venire da te – un cassetto che apro ogni giorno – mi è venuta in mano questa. E’ la medaglia miracolosa dedicata alla Madre di tutti; ha portato grandi gioie nella mia vita e alla mia famiglia e oggi lo dono a te, perché so che a te è destinata. Quando hai paura, ti senti perso, quando non sai più a cosa aggrapparti, aggrappati a Lei. Chiamala in tuo soccorso e vedrai che non ti lascerà solo.» Lui ha guardato la medaglietta nelle mie mani, poi ha guardato me e tirandosi su con una forza che pensavo non avesse mi ha abbracciata dicendo in un sussurro: «Però a volte mi arrabbio e dico brutte cose…» Gli ho sorriso. «Non ti preoccupare, una mamma ama sempre i suoi figli, anche quando si arrabbiano e sono cattivi.» Mi ha stretta forte ringraziandomi e mentre me ne andavo sentivo i suoi occhi addosso: «Tornerò presto Carlo. Verrò a raccontarti la storia della medaglietta.» Invece sono passati i giorni, ho preso l’influenza e non potevo assolutamente portare il virus in ospedale. Di lì a pochi giorni mio padre si è aggravato, l’hanno ricoverato in ospedale ed è arrivata un’altra telefonata: Carlo ha tre giorni di vita…

Ed io ho mollato tutto, lavoro, famiglia e impegni e sono corsa da lui, per dargli l’ultimo saluto. Frastornata dal dolore per lui e per la sua famiglia che ancora non conoscevo ma che presto avrei incontrato. Quando sono entrata in quella stanza silenziosa, rotta solo dal suo singhiozzare convulso, sono svanite tutte le buone intenzioni. Ero lì, nuda di fronte alla morte e non sapevo cosa fare, come aiutare quella famiglia straziata che stava lì accanto al suo capezzale, in attesa. Ho pregato in silenzio, ho condiviso le lacrime, ho cercato di dare  conforto; ma è possibile confortare una madre, un padre, che vedono morire anzitempo un figlio? Ero lì e mi facevo mille domande mentre Carlo apriva e richiudeva gli occhi. Era cosciente? Sì, lo era. Era presente e abbastanza lucido, nonostante la morfina. O Dio, ti prego, prendilo presto fra le tue braccia, non farlo soffrire così tanto. Dev’essere terribile sapere d’essere vicini alla fine. Perché lui sapeva, ne sono certa.

D’un tratto ho sentito una voce maschile nel corridoio; era il prete. Ho trattenuto il respiro. Carlo l’ha sentito entrare, lo conosceva ed ha aperto gli occhi. Ha fatto un cenno di diniego quando gli è stato chiesto se soffriva, se sentiva dolore. Sembrava sopito, ma a tratti era vigile. Il sacerdote gli ha chiesto se voleva pregare con noi e lui subito ha congiunto le mani. Lì ho capito. E nel mio cuore è scesa tanta pace mista a dolore. Stavo perdendo un amico terreno ma sapevo che moriva sereno. La medaglietta aveva lasciato un segno anche questa volta. Più tardi, mentre me ne stavo andando in punta di piedi Carlo ha spalancato i suoi occhi azzurri. E mi ha detto cose che solo il linguaggio del cuore conosce. Arrivederci amico mio. Mentre guidavo verso casa ho messo la "sua" musica a palla e ho pianto tutte le lacrime che avevo.

Questo post è dedicato a tutti gli amici di Facebook, di cui molti ancora non sanno cos’è successo; agli amici salseri che leggono il mio blog e a tutti i cialtroni che come me gli volevano bene.

Pubblicato da Bellissimagin | Commenti (1)

Tag: nel quotidiano, profondit